di Carmine Urciuoli

C’è un modo curioso – e un po’ pigro – con cui si racconta spesso l’Italia: “si fanno pochi figli e ci sono troppi anziani”. È una frase che scivola via veloce nei titoli di giornale e nei talk show, ma non spiega davvero nulla. Eppure dietro quei numeri c’è molto di più: ci sono storie di salute, di scelte, di possibilità mancate e di potenzialità da costruire. Forse, invece di chiederci perché abbiamo più anziani e meno bambini, dovremmo chiederci che cosa possiamo fare di buono con questa realtà, come trasformarla in una società più attenta e solidale.

Crescono gli over 65 perché viviamo più a lungo, perché la salute è migliorata, e perché le generazioni nate durante il boom del dopoguerra stanno semplicemente arrivando alla terza età. Diminuiscono le nascite, invece, per ragioni economiche, sociali e culturali: l’instabilità del lavoro, il costo della vita, la difficoltà di accedere alla casa, la scarsità dei servizi per l’infanzia e la persistenza di un modello di cura che grava ancora in larga parte sulle donne. Mettere questi due fenomeni in competizione non aiuta a comprenderli, ma serve solo a spostare l’attenzione dalle vere responsabilità politiche e sociali.

Questo grafico mostra la popolazione italiana al 1° gennaio 2023 divisa per età e genere: si nota chiaramente il “rigonfiamento” tra i 55 e i 78 anni, cioè la generazione dei boomers (nati tra il 1946 e il 1964), più numerosa delle precedenti e delle successive, nata nel dopoguerra, mentre la base molto stretta indica che oggi nascono pochi bambini; la forma complessiva, larga in alto e stretta in basso, racconta dati tra loro indipendenti e cioè che rispetto al passato, ci sono persone che vivono più a lungo, e che sono presenti meno giovani. Immagine da Wikipedia di Kaj Tallings su dati ISTAT.

I dati parlano da soli. Al 1° gennaio 2025, quasi un quarto della popolazione italiana aveva più di 65 anni. La speranza di vita si attesta oggi intorno agli 83 anni: un traguardo importante, segno di progresso, ma anche una sfida. Le nascite, nel frattempo, continuano a diminuire: nel 2024 sono state poco meno di 370 mila, con un tasso di fecondità di 1,18 figli per donna, tra i più bassi d’Europa. Eppure, nello stesso periodo, la mortalità infantile si è ridotta ai minimi storici, circa due o tre decessi ogni mille nati vivi. Sono risultati che testimoniano i progressi delle scienze mediche. Tutto questo mostra che più anziani e meno figli convivono non per un rapporto di causa ed effetto, ma per una complessa trasformazione demografica che intreccia scelte individuali e condizioni collettive.

L’idea che la crescita della popolazione anziana provochi la riduzione delle nascite confonde correlazione e causalità.

Si vive più a lungo, e quindi aumenta la quota di persone anziane; ma questo accade indipendentemente dal numero di figli che si fanno. Allo stesso modo, il calo della natalità dipende non tanto da un presunto “rifiuto” dei giovani di diventare genitori, quanto dal peso delle incertezze e dalla scarsità di politiche di sostegno. L’Italia, in questo senso, paga il prezzo di una visione politica miope, che negli anni ha provato a incentivare la procreazione senza costruire un contesto favorevole e stabile. Emblematico, da questo punto di vista, è il caso della Legge 40 del 2004 sulla Procreazione Medicalmente Assistita: nata con un impianto restrittivo ha creato più ostacoli che opportunità causando turismo riproduttivo verso Paesi più aperti e un’ingiustizia silenziosa tra chi può permettersi di partire e chi no. In gran parte d’Europa le politiche riproduttive si fondano invece su un principio opposto: la natalità si promuove ampliando i diritti, non restringendoli, e sostenendo davvero la libertà di scelta.

Foto di Eldar Nazarov su Unsplash

Ma il punto più profondo non riguarda solo quante persone nascono o quanti anni si vivono. È la qualità della vita che deve guidare la riflessione. Longevità non significa automaticamente benessere: vivere più a lungo non equivale a vivere meglio, se la salute non è sostenuta da reti di assistenza, se gli spazi urbani restano ostili, se la socialità si indebolisce. L’Italia ha una popolazione anziana numerosa, ma spesso invisibile e fragile. E tuttavia sono proprio gli anziani a reggere – silenziosamente – una parte enorme del nostro welfare: aiutano economicamente i figli con le pensioni, accudiscono i nipoti, li accompagnano a scuola, coprono i vuoti lasciati dai servizi. È il cosiddetto welfare mediterraneo, fondato sulla solidarietà familiare, che ha funzionato finché c’erano energie e salute, ma che oggi chiede di essere superato in modo concertato e saggio, restituendo al sistema pubblico la responsabilità che gli spetta.

I bisogni delle persone anziane, d’altra parte, non sono “di categoria”. Una panchina in più, un autobus accessibile, un parco curato o una strada sicura migliorano la vita di tutti: dei bambini, delle persone con disabilità, di chiunque abbia tempi e fragilità diverse. La micro-mobilità, la qualità degli spazi urbani e l’accesso ai servizi sono diritti universali, non privilegi legati all’età. E ripensare le città in questa chiave – come luoghi di benessere condiviso – significa preparare un futuro più vivibile per tutti.

Raccontare in modo diverso questi fenomeni è il primo passo. Serve un linguaggio che non opponga le generazioni, che non trasformi i dati demografici in allarmi, ma in elementi di consapevolezza. Serve anche una politica capace di distinguere tra le questioni, investendo contemporaneamente su natalità e invecchiamento attivo: più servizi, congedi e lavoro stabile per i giovani; più assistenza domiciliare, salute e cultura per gli anziani. Non sono spese “in concorrenza”, ma scelte che si rafforzano a vicenda.

Foto di Mikhail Nilov

In fondo, l’Italia non è un Paese “vecchio”: è un Paese che ha guadagnato anni di vita e non ha ancora imparato a usarli fino in fondo. Un Paese che, se vuole, può trasformare la sua longevità in una risorsa civile, culturale e persino economica. Le persone anziane non chiedono solo assistenza, ma partecipazione. Le nuove generazioni non chiedono sussidi, ma condizioni per costruire il proprio futuro. Capire che queste due spinte non si escludono, ma si completano, è la chiave per una società più equa e, perché no, più felice. E forse, smettendo di contrapporre nonni e bambini, potremmo finalmente accorgerci che il futuro, quello vero, si costruisce solo insieme.