La presidente Elvia Raia interviene sul disegno di legge in discussione al Senato: «Servono tutele concrete, servizi territoriali e un riconoscimento del ruolo fondamentale dei Centri Sociali Anziani».

29 ottobre 2026

Il riconoscimento dei caregiver familiari rappresenta un passaggio fondamentale per il rafforzamento delle politiche sociali italiane. Tuttavia, riconoscere il valore dell’assistenza prestata quotidianamente a una persona fragile o non autosufficiente non può significare limitarne la tutela a un contributo economico insufficiente, subordinato a requisiti particolarmente restrittivi.

È questa la posizione espressa da FederCentri APS, attraverso la sua presidente nazionale Elvia Raia, in merito al disegno di legge «Riconoscimento e tutela delle persone che assistono e si prendono cura dei propri cari», approvato dalla Camera dei deputati il 14 ottobre 2026 e attualmente all’esame del Senato, dove è identificato come A.S. 2063.

Il 27 ottobre la 10ª Commissione permanente del Senato ha avviato la discussione congiunta sulle proposte legislative riguardanti i caregiver familiari, adottando il disegno di legge A.S. 2063 come testo base per il successivo esame parlamentare.

Un avanzamento importante, che FederCentri APS accoglie con attenzione, evidenziando tuttavia la necessità di modifiche sostanziali affinché il provvedimento possa tradursi in una tutela effettiva delle persone e delle famiglie.


Il limite dei 400 euro: una quantificazione che non restituisce il valore della cura

Tra gli aspetti maggiormente controversi del provvedimento figura il sostegno economico destinato ai caregiver familiari prevalenti.

Il testo prevede un contributo massimo di 1.200 euro trimestrali, equivalente a 400 euro mensili, destinato, in via generale, a chi convive con la persona assistita e garantisce almeno 91 ore settimanali di assistenza. L’accesso alla misura è inoltre subordinato a un ISEE non superiore a 25.000 euro e a redditi da lavoro non superiori a 3.000 euro lordi annui. L’importo effettivamente riconosciuto può essere inferiore al massimo previsto.

Per FederCentri APS, tali condizioni evidenziano una contraddizione di fondo: il riconoscimento formale dell’attività di cura rischia di non essere accompagnato da strumenti proporzionati all’impegno richiesto e alle rinunce personali, professionali ed economiche che questo comporta.

Elvia Raia, presidente nazionale di FederCentri APS, esprime una valutazione critica:

«Ritengo profondamente ingiusto che a una persona chiamata ad assistere quotidianamente un familiare non autosufficiente venga prospettato un sostegno economico che può raggiungere, al massimo, 400 euro mensili, peraltro subordinato alla dimostrazione di condizioni economiche particolarmente restrittive. Chi si prende cura di una persona malata conosce una responsabilità che spesso non ammette pause, che si protrae giorno e notte, sette giorni su sette. Non possiamo pensare di riconoscere dignità a questo impegno attraverso una cifra così modesta, senza garantire contemporaneamente servizi, protezione sociale e condizioni di vita dignitose. È una risposta profondamente inadeguata rispetto alla realtà vissuta da tante famiglie italiane».

La critica di FederCentri APS non riguarda il principio di riconoscere un sostegno economico ai caregiver, che costituisce una misura necessaria, quanto piuttosto il rischio di ridurre una responsabilità sociale complessa a una quantificazione monetaria incapace di rappresentarne il valore e di rispondere ai bisogni effettivi.

L’assistenza familiare non può essere considerata una soluzione a basso costo alle insufficienze del sistema pubblico di welfare.


Il ruolo dei Centri Sociali Anziani nelle politiche di assistenza

Un secondo elemento centrale nella posizione di FederCentri APS riguarda il coinvolgimento strutturale dei Centri Sociali Anziani (CSA) e delle organizzazioni territoriali del Terzo settore.

I CSA rappresentano presìdi di prossimità che favoriscono la partecipazione sociale, le relazioni interpersonali, la prevenzione dell’isolamento e il mantenimento dell’autonomia delle persone anziane.

La loro conoscenza diretta delle comunità locali può costituire una risorsa preziosa anche per individuare situazioni di fragilità, intercettare precocemente i bisogni delle famiglie e costruire percorsi di accompagnamento per chi svolge attività di cura.

FederCentri APS ritiene pertanto necessario che i Centri Sociali Anziani siano riconosciuti come interlocutori nella programmazione delle politiche sociali e sociosanitarie territoriali, attraverso forme stabili di collaborazione con Comuni, Ambiti territoriali sociali, servizi sanitari e Case della comunità.

«I Centri Sociali Anziani», sottolinea la presidente Elvia Raia, «non devono essere considerati soltanto luoghi di aggregazione, ma realtà capaci di contribuire concretamente alla qualità della vita delle persone anziane e delle loro famiglie. Il loro coinvolgimento nelle politiche di sostegno ai caregiver consentirebbe di rafforzare le reti di solidarietà e di costruire risposte maggiormente vicine ai bisogni reali dei cittadini».

Questa prospettiva non attribuisce ai CSA funzioni sanitarie o assistenziali che competono ai servizi professionali, ma ne valorizza il ruolo complementare nell’ascolto, nell’orientamento, nella prevenzione dell’isolamento e nella promozione di iniziative di sostegno relazionale.

Una rete di servizi, non soltanto contributi economici

La necessità di un sistema di sostegno più articolato emerge anche dai dati dell’ISTAT. Secondo il rapporto Aiuti dati, ricevuti e reti di solidarietà – Anno 2024, pubblicato nel luglio 2026, quasi un quarto della popolazione italiana adulta (24,9%) svolge attività di cura nei confronti di persone conviventi e/o non conviventi.

Si tratta di un fenomeno sociale di dimensioni considerevoli, destinato ad assumere crescente rilevanza in una società caratterizzata dall’invecchiamento demografico e dalla trasformazione delle strutture familiari.

Per questa ragione, FederCentri APS ritiene indispensabile che il riconoscimento dei caregiver sia accompagnato da una strategia pubblica fondata sull’assistenza domiciliare, sui servizi di sollievo, sul sostegno psicologico, sulla tutela previdenziale e sulla possibilità di conciliare le responsabilità familiari con il lavoro.

Occorre inoltre evitare che il requisito della convivenza e la rigida quantificazione delle ore dedicate all’assistenza producano disparità tra persone che affrontano responsabilità di cura ugualmente gravose, pur vivendo in condizioni familiari differenti.

L’obiettivo non deve essere soltanto compensare economicamente il caregiver, ma impedirne l’impoverimento, l’isolamento e la progressiva esclusione dalla vita sociale e lavorativa.


L’appello di FederCentri APS alle istituzioni

In vista del proseguimento dell’iter parlamentare, FederCentri APS auspica un confronto aperto con le organizzazioni rappresentative delle persone anziane, dei caregiver e del Terzo settore, affinché il testo possa essere migliorato attraverso interventi capaci di incidere concretamente sulla qualità della vita.

In particolare, l’associazione richiama l’attenzione sulla necessità di ampliare l’accessibilità delle misure, rafforzare le risorse disponibili, garantire una maggiore integrazione tra sostegni economici e servizi territoriali e prevedere il coinvolgimento dei Centri Sociali Anziani nella programmazione degli interventi.

«Una società che riconosce il valore delle persone anziane e di chi se ne prende cura», conclude Elvia Raia, «deve dimostrarlo attraverso politiche pubbliche adeguate. Non possiamo lasciare che l’assistenza a una persona fragile si trasformi in una condizione di sacrificio permanente per un altro componente della famiglia. La solidarietà familiare è un valore da sostenere, non una risorsa da sfruttare per compensare le carenze dei servizi pubblici».

Per FederCentri APS, la tutela dei caregiver deve dunque diventare parte integrante di una più ampia politica nazionale per la dignità, l’autonomia e la partecipazione sociale delle persone anziane.

Una politica nella quale lo Stato, gli enti locali, i servizi sociosanitari e le reti associative condividano responsabilità e strumenti, senza trasferire sulle famiglie l’intero peso della non autosufficienza.

Perché riconoscere il valore della cura significa, prima di tutto, garantire diritti, servizi e dignità a chi assiste e a chi viene assistito.

Le foto sono di Age Cymru da Unsplash