A Leonforte, il convegno del 3 ottobre ha intrecciato partecipazione, ricerca e responsabilità amministrativa. Al centro del confronto, i contributi delle architette Rossella D’Angelo e Chiara Circo e la prospettiva di restituire al quartiere spazi abitabili, servizi e nuove occasioni di incontro.

LEONFORTE — «Incontri come questo sono necessari perché trasformano l’attenzione per i luoghi in una responsabilità condivisa. Dalle attività sociali deve scaturire un impegno capace di accompagnare la riqualificazione dei quartieri, promuovendo accessibilità e sostenibilità in ogni fase del percorso». Nelle parole di Elvia Raia, presidente nazionale di FederCentri APS, si raccoglie il significato del convegno «Il quartiere Granfonte. Da periferia sociale a Comunità Visionaria», svoltosi il 3 ottobre 2026 in piazza Mecenate, accanto alla Fontana delle Ninfe, con il patrocinio del Comune di Leonforte.

«FederCentri intende contribuire mettendo a disposizione la propria esperienza e la propria rete», prosegue Raia. «Leonforte può diventare un caso di studio nel quale la cura della memoria, il dialogo fra le generazioni e la partecipazione dei cittadini concorrano a costruire nuove possibilità di abitare e vivere il territorio».

La presenza della presidente conferma un rapporto che si sta consolidando. Per il secondo anno FederCentri partecipa alla Sagra della Pesca del 3 e 4 ottobre, accompagnando l’appuntamento con un’attenzione crescente al futuro del centro storico. Nei giorni della manifestazione, Raia visiterà il quartiere con una piccola delegazione, per approfondire la conoscenza dei luoghi e le possibilità di collaborazione nell’ambizioso percorso di rigenerazione urbana in cui la federazione ha deciso di impegnarsi. Nel suo intervento ha prospettato anche la nascita di un punto di incontro FederCentri, aperto alle attività locali e agli iscritti provenienti da altre regioni: una possibilità concreta per intrecciare recupero degli immobili, ospitalità e vita associativa.

Determinante nell’organizzazione è stato Nino Barbera, al quale sono andati i ringraziamenti di relatrici, relatori e rappresentanti istituzionali per aver coltivato le relazioni da cui è nato l’incontro. La rete delle realtà promotrici e coinvolte, richiamata dalla locandina, comprende FederCentri, il Centro di Servizio per il Volontariato Etneo — CSVE, Radio Happy Age, Il Conoscersi, Comunità Puzzle, il Centro Sociale Anziani di Leonforte, Triskele, la Pro Loco Leonforte e l’Università Popolare di Leonforte.

A coordinare i lavori è stato Carmine Urciuoli, segretario di FederCentri. La musica del maestro Gianni Le Onde e la voce di Gabriella hanno accompagnato il pomeriggio, scandendo i passaggi fra i saluti e la tavola rotonda.

Il sindaco Piero Li Volsi, giunto a incontro già avviato perché impegnato in altri appuntamenti della Sagra, ha delineato il compito dell’amministrazione: mettere in sicurezza il quartiere, recuperare gli spazi degradati e creare condizioni favorevoli a nuovi usi degli immobili. Un impegno pubblico chiamato a incontrare l’iniziativa dei proprietari, delle associazioni e delle attività economiche. Il centro storico, nella prospettiva illustrata, può accogliere forme diverse di residenza, ospitalità e fruizione culturale.

L’assessore ai Beni culturali Francesco Rubino ha insistito sul significato sociale di questo percorso. Il quartiere è il luogo «dove c’era la vita, dove c’erano le relazioni»: un patrimonio che il recupero edilizio deve rendere nuovamente praticabile. Ringraziando gli organizzatori e le esperte e gli esperti riuniti al tavolo, Rubino ha espresso la volontà di tradurre il confronto in un cambiamento concreto nell’attenzione riservata al centro storico.

Josè Trovato, presidente della Pro Loco, giornalista e scrittore, ha richiamato invece la necessità di offrire ai giovani occasioni per incontrarsi, partecipare e rimanere in paese. La possibilità «di divertirsi e di restare qua» è parte di una questione più ampia: rendere Leonforte un luogo nel quale riconoscere opportunità e costruire legami.

Nino Laneri, presidente dell’associazione culturale e teatrale “Il Conoscersi”, ha confermato l’adesione del sodalizio all’iniziativa e l’interesse per un tema assunto come responsabilità comune.

Una testimonianza particolarmente significativa è venuta da Turi Manuele, presidente del Centro Sociale Anziani e il più anziano fra gli intervenuti. «Io sono particolarmente legato a questo quartiere, anche perché ci sono cresciuto qui», ha ricordato. Alle trasformazioni e allo spopolamento ha affiancato un motivo di fiducia: «Sono contento di vedere che ci sono ancora giovani che hanno voglia di investire e credere nel quartiere». Nelle sue parole, il compito degli anziani — «rappresentiamo la memoria e la storia» — diventa una responsabilità verso chi potrà proseguire quel cammino.

Antonio Addieri ha portato i saluti di Pina Jannello, presidente di Triskele, impossibilitata a partecipare, e dei centri anziani del territorio. Il suo intervento ha sottolineato il valore del coordinamento: condividere esperienze e rappresentanza permette alle associazioni di dialogare con maggiore efficacia con le istituzioni.

Nella seconda parte del pomeriggio, la tavola rotonda ha approfondito le prospettive progettuali. I contributi principali di Rossella D’Angelo e Chiara Circo hanno proposto due letture complementari: la ricomposizione delle relazioni fra città e territorio e la conoscenza ravvicinata delle case, delle loro strutture e delle condizioni di chi le abita.

Rossella D’Angelo, architetta e cofondatrice dello studio PD’A, ha dedicato a Leonforte la propria tesi di laurea, avviando una ricerca proseguita nella collaborazione con l’amministrazione. La familiarità con il quartiere le ha consentito di osservarne nel tempo le trasformazioni, le nuove attività, gli abbandoni e la perdita di porzioni del patrimonio costruito.

«Il centro storico non può essere recuperato semplicemente restaurando gli edifici: deve tornare ad essere abitato», ha affermato. È il principio attorno al quale si organizza la sua proposta: considerare il quartiere come un organismo, nel quale residenza, servizi, spazi pubblici, attività produttive e paesaggio acquistano senso attraverso le reciproche relazioni.

D’Angelo ha illustrato un insieme di azioni progressive, realizzabili in tempi diversi e da soggetti differenti, purché riconducibili a un disegno coerente. A collegarle è il “filo blu” dell’acqua, elemento fondativo della storia leonfortese e possibile guida per una nuova lettura del territorio: da Palazzo Branciforti al centro abitato, lungo il pendio, fino al fondovalle.

In questo sistema si colloca l’ipotesi di un museo diffuso dell’acqua, con una forte vocazione educativa. Ruderi consolidati e spazi recuperati potrebbero ospitare esperienze dedicate ai bambini e alle famiglie, per comprendere il funzionamento delle macchine, il movimento dell’acqua e il rapporto fra risorse naturali e attività umane.

La proposta mette in relazione la visita con il lavoro agricolo e la trasformazione dei prodotti. Alla raccolta delle pesche, delle olive o del grano, secondo le stagioni, potrebbero seguire attività nei laboratori e nei luoghi di produzione, offrendo occasioni di soggiorno più articolate. L’ospitalità diventerebbe così parte di un’economia locale riconoscibile, nella quale conoscere il territorio significa anche partecipare alle sue attività.

Il progetto si sviluppa attraverso tre ambiti connessi. Nel fondovalle, i bacini di laminazione sono pensati per la gestione delle acque, associando a questa funzione usi degli spazi compatibili con il loro temporaneo allagamento. Sul pendio, il recupero dei percorsi e dei luoghi degli antichi mulini consentirebbe di riallacciare il rapporto fra campagna e abitato. Nel quartiere, gli immobili inutilizzati potrebbero ospitare servizi e consentire nuovi collegamenti tra gli spazi del quartiere.

Particolare attenzione è stata riservata all’accessibilità, affrontata a partire dalla morfologia del luogo e dalle necessità quotidiane. D’Angelo ha prospettato l’impiego di alcuni ruderi come passaggi fra quote diverse, preservandone, dove possibile, la riconoscibilità nel paesaggio urbano. Ai percorsi liberamente attraversabili si affiancherebbero collegamenti meccanizzati, associati ad attività in grado di garantirne gestione e presidio.

La misura dell’intervento è quella della vita ordinaria: raggiungere casa con la spesa, accompagnare i nipoti, accedere a un servizio, attraversare il quartiere con minore fatica. Le soluzioni illustrate richiedono verifiche puntuali per le diverse esigenze di mobilità, ma indicano una direzione precisa: fare dell’accessibilità una condizione della permanenza e del ritorno.

Chiara Circo, architetta e ricercatrice in Restauro all’Università di Catania, ha sviluppato studi dedicati al restauro, alla conoscenza dell’architettura in muratura e alla sicurezza delle costruzioni storiche. Il suo contributo ha restituito gli esiti di quattro anni di lavoro sul quartiere, condotto nell’ambito della collaborazione fra università e amministrazione, con il coinvolgimento complessivo di cento studenti. Circo ha portato anche i saluti di Maria Rosaria Vitale, che avrebbe dovuto intervenire ma non ha potuto partecipare.

La sua esposizione è partita da una domanda: che cosa rende preziose queste case e perché si dovrebbe desiderare di abitarle? La risposta attraversa i materiali, le tessiture murarie, le volte, le coperture e le proporzioni degli ambienti. Soprattutto, riguarda il modo in cui edifici essenziali, nati per le esigenze della società contadina, compongono un insieme.

Il valore del quartiere risiede infatti nella trama delle relazioni fra le abitazioni: muri comuni, percorsi, accessi, differenze di quota. Una struttura materiale alla quale corrispondevano rapporti di vicinato e forme di cura. Oggi occorre confrontare quel patrimonio con esigenze abitative mutate, individuando trasformazioni che ne rispettino le qualità.

È proprio l’interdipendenza fra gli edifici a spiegare la propagazione del degrado. Attraverso i rilievi e il confronto delle immagini dall’alto degli ultimi venticinque anni, il gruppo di ricerca ha riconosciuto un “meccanismo di contagio”: la mancanza di manutenzione di una casa può compromettere quelle adiacenti e favorire ulteriori abbandoni.

«Dobbiamo interrompere il meccanismo di contagio, dobbiamo interrompere l’assenza di cura», ha sostenuto Circo. Per farlo, la conoscenza deve precedere e orientare l’intervento. Lo studio è entrato negli edifici, ne ha ricostruito trasformazioni e caratteristiche, soffermandosi anche su elementi apparentemente minuti, come i coppi tradizionali, e sulla qualità spaziale dei dammusi.

Da questo lavoro discende il progetto di messa in sicurezza delle rovine e dei percorsi pubblici. Un primo gesto che l’amministrazione può rivolgere a chi continua ad abitare alla Granfonte, per scelta o per mancanza di alternative. La presenza degli abitanti, nella lettura di Circo, resta una condizione essenziale del futuro del quartiere.

I ruderi vengono considerati come parti della trama urbana da trattare attraverso interventi selettivi. Alcuni vuoti possono diventare collegamenti fra livelli, spazi attraversabili e luoghi di connessione, conservando tracce leggibili della storia edilizia. Il recupero assume così il significato di un atto di «giustizia spaziale»: offrire sicurezza, attenzione e servizi a chi vive nel quartiere, ponendo le basi per nuovi usi.

Luigi Buscemi, agronomo paesaggista, ambientalista e fotografo, da tempo impegnato nella conoscenza del territorio leonfortese, ha esteso il confronto al paesaggio circostante. «Il centro storico è esso stesso paesaggio», ha osservato, ricordando la reciprocità fra la città che guarda la valle e la valle dalla quale si riconosce il profilo urbano.

Ha quindi rilanciato la proposta di un parco urbano, già elaborata negli anni Novanta, capace di collegare giardini storici, valloni e testimonianze di archeologia industriale. Mulini, filanda e manufatti dell’acquedotto potrebbero tornare leggibili come elementi di un sistema. Il recupero del centro storico si accompagnerebbe così alla cura del verde, alla tutela della biodiversità e alla riapertura di percorsi fra abitato e campagna.

Giulia Laneri, architetta attiva a Catania e di famiglia leonfortese, ha presentato il proprio lavoro di tesi come un invito a tornare a guardare verso il sud della città. Terrazzamenti, orti, tracciati e punti di osservazione del paesaggio diventano strumenti per ricostruire un rapporto con luoghi progressivamente allontanati dalla vita quotidiana. La ricerca si è intrecciata con un desiderio personale, espresso con emozione: «La mia idea è quella di tornare personalmente e rivivere questo territorio».

Angelo Giunta, architetto con una lunga esperienza nell’amministrazione regionale dei beni culturali, fra Soprintendenza e istituzioni museali, ha ricondotto la qualità del quartiere alla storia della sua formazione. Il suo percorso professionale ha offerto al confronto una prospettiva attenta alla tutela e alla responsabilità pubblica.

Richiamando le regole costruttive e le consuetudini del vicinato, Giunta ha ricordato come la forma urbana fosse anche espressione di un riconoscimento reciproco fra gli abitanti. «La spinta era dal basso»: una considerazione storica che sollecita oggi la partecipazione dei cittadini, insieme a strumenti di conoscenza e pianificazione capaci di rendere più chiare le possibilità di recupero.

Le diverse esposizioni hanno trovato un raccordo nelle riflessioni di Carmine Urciuoli. «La comunità non è da rivitalizzare, perché già è viva», aveva osservato introducendo i lavori. Il compito della rigenerazione consiste allora nel riconoscere questa vitalità e nel restituirle luoghi adeguati: rifunzionalizzare gli spazi perché tornino a ospitare relazioni, attività, servizi e forme contemporanee dell’abitare.

Il richiamo al concetto di Heimat, il senso profondo di appartenenza a un luogo, ha dato espressione al legame fra memoria e possibilità di ritorno. Un’appartenenza fatta di persone, gesti e consuetudini, che può continuare a generarsi anche attraverso nuovi abitanti e nuovi usi. Recuperare un quartiere significa custodire questa capacità dei luoghi di essere riconosciuti come parte della propria vita.

Un progetto come quello di Leonforte richiede dunque una visione sistemica. La partecipazione sociale contribuisce a definire bisogni e priorità, precede le scelte e accompagna la progettazione tecnica; una visione politica di lungo periodo ne sostiene la coerenza e la continuità. Abitazioni, accessibilità, paesaggio, servizi ed economia locale devono essere pensati nelle loro relazioni, affinché ogni intervento concorra alla qualità complessiva della vita.

Su questa esigenza di continuità si è innestata anche la proposta, emersa dal pubblico, di una consulta per il centro storico, aperta ai temi del parco urbano e capace di conservare la memoria dei progetti attraverso il succedersi delle amministrazioni.

Nella replica conclusiva, il sindaco Piero Li Volsi ha ricondotto le prospettive illustrate ai percorsi già avviati dal Comune. Ha riferito che i progetti relativi alla laminazione delle acque e al recupero dei mulini sono stati depositati e presentati per il finanziamento; ha inoltre ricordato l’acquisizione degli studi universitari condotti da Circo e Vitale, base conoscitiva per ulteriori interventi di rigenerazione.

Il museo diffuso evocato da D’Angelo trova un possibile riferimento nelle interlocuzioni per l’acquisto di un’ala di Palazzo Branciforti da destinare al museo delle acque. Il parco riproposto da Buscemi si raccorda invece ai contatti per l’acquisizione di aree, sui quali il sindaco ha annunciato un successivo confronto pubblico. Si tratta di percorsi ancora da completare, per i quali occorrerà definire risorse, condizioni e passaggi amministrativi.

Li Volsi ha espresso disponibilità a discutere la consulta con il Consiglio comunale e ha rilanciato il coinvolgimento di cittadini e associazioni nel recupero degli immobili: «Cominciamo ad adottarle», ha detto riferendosi alle case del quartiere. All’iniziativa diffusa dovrebbe affiancarsi l’impegno del Comune a recuperarne alcune per attività e usi collettivi.

È su questo raccordo fra conoscenza, partecipazione e azione amministrativa che il sindaco ha affidato la conclusione dell’incontro: «È ambizioso, però ci dobbiamo provare».


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